Donne del Rimorso
(il cattivo passato che torna)
un progetto di Giandomenico Curi e Nando Citarella
Un processo per stregoneria in quel di Gallipoli al tempo del basso Medioevo. Una lauda contadina in ottave (1200 circa), che racconta lo strazio della Madonna per la passione di Cristo (zona di Galatina). La storia della "fortunata Rosa, mora africana, ultima schiava salentina" (Calimera). Il bando delle nascite durante il fascismo (premiate le donne che fanno più figli, "e chi lo chiama Benito doppio premio e favorito"). I primi pellegrinaggi a Galatina.
I canti di fatica delle donne che andavano giornate intere ("da sole a sole") e settimane intere a lavorare nei campi per la raccolta delle olive, delle mandorle, delle nocciole, ecc. Una vecchia malata di mente al Santuario di San Donato. La storia della "sposa bianca", una donna sconosciuta trovata uccisa da un treno accanto a una valigia con dentro un vestito da sposa. La storia di Angela di San Ferdinando di Puglia, veggente e visionaria, convinta di essere la Madonna e di poter alzarsi in volo stringendosi al petto il piccolo Gesù. Zia Teresa che a 56 anni si reca ogni mattina al cimitero, a parlare con il marito, perchè i morti sono legati a noi per i capelli, e chiamano facendoti il solletico sotto i piedi. Canti d'amore e di strazio del Salento contadino (dal "Povero Vicenzino" a "La cerva").
Il ballo popolare, altamente formalizzato e simbolico, che diventa insieme forza concentrata (sessuale) del corpo e rito necessario di identità comunitaria. Le donne emigranti del dopoguerra e quelle che rimanevano al paese a fare le vedove bianche. E infine ''Maria'', la tarantata di 29 anni di Nardò, raccontata da Ernesto De Martino nel suo libro sul Salento (''La terra del rimorso'').
Ecco alcuni dei momenti di una storia al femminile tutta interna al Salento pugliese, ma che ha a che fare direttamente con tutto l'universo contadino e magico del Sud d'Italia. Una storia complessa che attraversa il tempo e il sociale, e che trova il suo momento più alto e drammatico in una nuova lettura della ''donna tarantata'' riproposta sia attraverso lo studio di De Martino sia recuperando le ''lettere di una tarantata'' di Annabella Rossi, sia infine i tre documentari realizzati da Gianfranco Mingozzi.
Il tutto accompagnato da molta musica, soprattutto musica dal vivo, con i musicisti che interagiscono continuamente con gli attori, anzi soprattutto le attrici sul palcoscenico. Quindi testi e musica.
Dove i testi sono in gran parte recuperati dalla tradizione popolare (ma anche creati o ricreati, sempre lavorando all'interno della tradizione), così come la musica live e i momenti di ballo fanno riferimento allo straordinario patrimonio etnico dell'Italia meridionale.
Uno spettacolo dunque che vuole essere prima di tutto un'operazione culturale. In qualche modo la riproposta del viaggio di De Martino: alla ricerca cioè, 50 anni dopo, di una identità culturale e simbolica, di un rapporto fra il nostro mondo e un mondo altro, diverso, passato ma presente, fuori e insieme dentro di noi. Ma soprattutto pensiamo a uno spettacolo di grandi emozioni, di ritmi e di musiche coinvolgenti, dove sequenze di racconto culturale e didattico sono alternate a momenti più spettacolari e a storie più direttamente legate all'emozione. D'altronde lo stesso De Martino, straordinario intellettuale e antropologo, fu visto piangere più di una volta durante le sue spedizioni di ricerca nel Salento: davanti a una bimba tarantata che danzava con un cuscino appoggiato sul capo, e davanti a una contadina che, avanzando sulle ginocchia, si batteva il petto violentemente davanti alla Madonna del santuario di Pierno.